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Venerdì, 10 Luglio 2020
Coronavirus e infrastruttura elettrica - AIIC (Associazione Italiana esperti in Infrastrutture critiche)

Coronavirus e infrastruttura elettrica - AIIC (Associazione Italiana esperti in Infrastrutture critiche)

GIUGNO 2020

Nel tempo gli effetti del Coronavirus sull’infrastruttura elettrica saranno molto più marcati del previsto. Eravamo già nel mezzo della cosiddetta ‘transizione energetica’, basata sugli obiettivi di aumentare al massimo il ricorso alle energie rinnovabili e conseguentemente di aggiornare delle le reti sino ad arrivare alle smart grid. La motivazione principale per la transizione è stata la necessità di ridurre l’inquinamento del pianeta per diminuire la crescita della temperatura globale attraverso un minor uso delle energie fossili. La motivazione rimane estremamente valida, ma ad essa si aggiunge un’altra motivazione generata da un’accresciuta coscienza dei rischi connessi a pericolosità future, sempre più probabili. Che l’infrastruttura elettrica sia assolutamente indispensabile per la vita di un Paese era lapalissiano da tempo. Meno lapalissiane erano invece la frequenza e la natura degli attacchi. Questa situazione di pericolo è destinata ad aggravarsi nel tempo, sia per motivazioni sociali, sia per effetti meteorologici, sia, più prosaicamente, per effetto dell’obsolescenza di buona parte dei componenti. I nuovi fenomeni metereologici, con temporali adesso spesso definiti come ‘bombe d’acqua’, straripamenti di fiumi, terremoti, etc.. sono mine vaganti, che possono mettere a repentaglio sia la capacità di mantenere il servizio, sia la capacità di ripristinarlo in tempi ragionevoli. Per tutti questi motivi si è maggiormente acuita la necessità di una maggiore resilienza, per resistere ad eventi estremi sia di origine naturale che malevola. Siamo di fronte a una sfida che non ci possiamo permettere di prendere sottogamba. Il coronavirus, tutto sommato, ha avuto effetti modesti sul servizio elettrico. Sostanzialmente i diagrammi di carico sono assomigliati sempre più ai diagrammi di carico delle giornate festive pre-virus. I consumi elettrici si sono ridotti mediamente di circa il 10%, però con distribuzione molto disuniforme su tutto il Paese. Fortunatamente il fenomeno è stato ben controllato e non si sono avuti effetti percepibili. È però facile immaginare le conseguenze di possibili disservizi e le eventuali difficoltà per eliminarli. L’effetto del virus promette poi di essere molto marcato sugli equilibri geopolitici. L’esperienza ha dimostrato che, per esercitare forza militare e creare danni, un semplice laboratorio di produzione di virus energetici è assai efficace e meno costoso di altre opzioni, quali armi nucleari o convenzionali. L’attacco alle infrastrutture critiche può arrivare da diverse parti e bisogna essere preparati. Tutto ciò va poi inserito nel contesto delle possibili tensioni derivanti dal riequilibrio del mercato delle energie primarie e della sfida della quarta rivoluzione industriale (4IR). Il mercato delle energie fossili sembra viaggiare sulle montagne russe, alterando fra l’altro i presupposti dell’economicità delle fonti rinnovabili. Nel riequilibrio ci saranno Paesi vincitori e Paesi perdenti, con redistribuzione dei profitti economici. Ciò acuirà enormemente le tensioni politiche e i flussi migratori. Dopo la prima rivoluzione industriale (dall’energia animale all’energia fossile), la seconda rivoluzione industriale (con l’energia elettrica) e la terza rivoluzione industriale (con l’elettronica e le telecomunicazioni) siamo entrati nella quarta rivoluzione industriale 4IR, caratterizzata dai nuovi strumenti tecnologici (robotica, intelligenza artificiale, realtà virtuale. Internet of Things, stampa 3D, etc..). I Paesi più avanzati (USA, Cina, UK, Germania, Francia) hanno messo sul piatto enormi investimenti per affrontare questa rivoluzione, con cambiamenti che saranno determinanti pe rimanere nel novero dei Paesi più competitivi. Anche l’Italia si era timidamente lanciata in questa rivoluzione, con l’iniziativa Industria 4.0 declinata sostanzialmente in termini di convenienze fiscali. Tutte queste transizioni e questi cambiamenti si basano sull’ipotesi di un’infrastruttura elettrica aggiornata e digitalizzata, per arrivare alle cosiddette smart grid. Sarebbe però assai miope non rendersi conto che occorre basarsi su un paradigma di business profondamente diverso dall’attuale. Per raggiungere una resilienza accettabile contro i possibili pericoli bisogna passare dalla struttura centralizzata corrente a una struttura reticolare, costituita da tanti sistemi (micro e minigrid) dotati di capacità di sopravvivenza autonoma (sostanzialmente con generazione distribuita da fonti rinnovabili e capacità di accumulo distribuita). La tecnologia disponibile consente questo passaggio, certamente difficile e complesso. Il vero nodo però non sta nelle difficoltà tecnologiche. Occorre una rivoluzione culturale, che porti a un cambiamento dell’approccio al modello di business, con soluzioni più rispettose dei diritti dei cittadini, in cambio di una maggiore condivisione delle responsabilità. In pratica occorre aprire alle comunità energetiche e alle aggregazioni private di utenti, riconoscendo loro anche il diritto di equo accesso alle possibilità del libero mercato elettrico, come peraltro richiesto con lungimiranza dalle direttive europee. Solo così l’Italia potrà sfruttare l’enorme vantaggio della grande disponibilità di energia solare. Ci sono due esempi istruttivi: la Svizzera, che pur avendo una disponibilità di energia solare non paragonabile alla nostra, ha liberalizzato completamente il servizio elettrico, per arrivare al 100% di fotovoltaico accoppiato a grandi investimenti per gli impianti di pompaggio; la Corea del Sud, con l’accoppiata nucleare per la produzione di energia elettrica a basso costo e idrogeno come accumulo per le applicazioni, inclusi i trasporti. Chiaramente sono situazioni molto diverse dalla nostra. C’è però una capacità di decidere e di realizzare. È questo il vero nostro limite. Di recente un timidissimo passo verso le comunità energetiche e le aggregazioni private di utenti è stato compiuto con l’art. 42 del decreto milleproroghe, con una aggrovigliata apertura resa però sostanzialmente lentissima e fasulla da una serie di vincoli furbeschi che azzerano la convenienza di qualunque investimento privato. Il virus ha fatto tabula rasa di tante situazioni, recitando la pars destruens delle trasformazioni. Su queste macerie si aprono veramente grandi prospettive per la parte construens, purchè si sia capace di coglierle. Ciò però richiede una capacità politica di visione e un coraggio non piccolo per superare le lobby esistenti e l’attrattiva di un quieto tran tran. È l’ora delle scelte coraggiose e visionarie. Questo Paese ne sarà capace?
Roberto Napoli

(Newletter AIIC n. 06 (2020))